
Il confucianesimo.

A. Castellani: Confucio

    Alberto Castellani mostra, in questa Introduzione a I dialoghi
di Confucio, una immagine del saggio cinese in qualche modo
viziata dalla grande ammirazione: Nessuna anima al mondo ha,
come quella di Confucio, espressa la pi intima parte della
coscienza del suo popolo, esprimendo la sua stessa coscienza.
Castellani, al tempo stesso, mette in evidenza la caratteristica
principale del confucianesimo: si tratta di una filosofia per la
quale il rinnovamento - e quindi il futuro - si fonda sulla
riscoperta e la resurrezione di un passato (mitico): Esso
ricondusse alla vita i Reami defunti; ridette la posterit alle
interrotte generazioni

    Confucio, cos detto perch i primi gesuiti latinizzarono il
nome cinese K'ung Fu Tsu in Confucius, era il rampollo di una
vecchia famiglia che vantava origini regali, capaci di risalire
fino alla seconda Dinastia Yin; nacque dal gi settantenne K'ung
Shu Liang Ho, sottoprefetto in Tsou, nel Reame di Lu (oggi Shan
Tung), il ventiduesimo anno del Duca Hsiang (551 avanti Cristo) e
da una giovinetta, Cheng Tsai, della famiglia Wen. [...] Una
gravit precoce, una inclinazione pronunciata per tutte le cose
appartenenti al rituale, lo distinsero fin da piccolo; il suo
passatempo pi gradito era quello di giocare con i piccoli vasi
usati nelle cerimonie per le offerte. A diciannove anni spos Ch'i
Kuan Shi, dopo essere stato per due anni all'ufficio di controllo
sulla vendita del grano: quattro anni pi tardi eserciter la
stessa funzione sui granai pubblici; poco dopo divenne ispettore
generale con il mandato di esercitare anche la giustizia per le
campagne. Nel 528 gli mor la madre (il padre l'aveva gi perso a
tre anni) ed egli si diede tutto allo studio per riempire il
periodo obbligatorio di tre anni di ritiro dagli affari pubblici,
imposto per legge, nel lutto.
            La sua visita a Lo (oggi nello Ho Nan)  del 518:
questo viaggio deve essere stato di capitale importanza per il suo
svolgimento interiore. Con una specie di sacro tremore, insegue
egli nelle desolate rovine le tracce dell'antica magnificenza; non
vi  motivo del passato con cui non si metta in intima comunione,
non vi  frammento antico che non faccia agire sul suo spirito con
tutta la gravit della sua muta e concisa eloquenza. Egli ritorna
da questo viaggio, come Goethe da Roma, rifatto e ritemprato per
le opere immortali: sente ora per la prima volta, lucidamente, che
per rendersi padroni dell'avvenire, bisogna sprofondarsi nel
passato; sente di pi, sente che solo dal passato glorioso egli
potr spremere il farmaco efficace per la salute delle generazioni
presenti. La grandezza di Confucio, come quella di altri sommi,
s'inizia in una muta e grande concentrazione interiore. Egli
diverr presto l'apostolo di questo suo ideale:  di quest'epoca,
secondo la leggenda d'invenzione taoista, il suo primo incontro
con Lao-Tze. Ma gi la fama della virt del Maestro era corsa e
nel 501 avanti Cristo Ting Kung, succeduto un anno prima nel Reame
di Lu, ormai in piena anarchia, al fratello Chao Kung, morto in
esilio, chiama Confucio e gli affida il governo della citt di
Chung Tu.
            Ora gli  porta finalmente l'occasione di
sperimentare se le proprie teorie vanno d'accordo con la realt:
sembra di s, perch in breve tempo egli opera prodigi: le strade
si mondano dai ladri; regolati sono i rapporti tra uomo e donna;
mitigate le tasse; reso pi dignitoso il consorzio; addolcito il
trattamento del popolo; abolito il soverchio lusso dei funerali.
Egli si fa notare in tal modo che Ting Kung lo crea Ministro dei
Lavori Pubblici e della Giustizia. Egli ha ormai breve spazio per
applicare la sua dottrina che aspira ad arrivare allo Stato
perfetto mediante il rinnovamento etico dell'uomo; ci che non 
perfetto non dura. Per quanto la Realpolitik sia, dopo tutto, il
suo scopo, vede in questa meno che una parvenza se non si appoggia
sopra una solida base spirituale, materiata d'amore e di
giustizia. Tutta la sua adorazione va ai fondatori della terza
Dinastia, cio a Wu Wang, Wen Wang e Tan, il Duca di Chou, che
insieme ai tre Imperatori Yao, Shun e Y formano la schiera dei
cos detti Sette Saggi. Egli li ha cos presenti allo spirito
che non trascorre giorno che di loro non parli n notte che di
loro non sogni: a mensa, abbassando gli occhi nel piatto, si
diceva che vi scorgesse l'immagine di Yao: ogni notte vedeva in
sogno il suo prediletto Chou Kung e, in un punto  dei Dialoghi, si
lagna di non sognarlo pi da un pezzo, segno evidente della sua
decadenza interiore.
            Intanto lo Stato di Lu, salito a tale floridezza di
governo per merito del Nostro, aveva gi destato l'invidia del
vicino reame di Ch'i, il cui principe, dopo averle tentate di
tutte, ricorre, per mettere la confusione in Lu, ad un fine
stratagemma: manda alla Corte di Ting Kung un'ottantina delle sue
pi belle cortigiane e un centinaio dei suoi pi floridi cavalli.
Donne e bestie, combinate insieme, non mancano di produrre
l'effetto desiderato. Confucio, gi cinquantaquattrenne, lascia
pieno di indignazione la Corte, con una frase, che i discepoli,
dopo, raccolsero in questi Dialoghi: Ahim! io non ho visto
ancora uno che ami pi la verit di un bel viso!, e parte (497
avanti Cristo). Vengono ora tredici anni di dure peregrinazioni,
attraverso gli Stati Ts'ao, Wei, Sung, Cheng, Ch'en e altri, in
compagnia dei suoi discepoli; comincia cos la  via crucis 
ovvero  via lucis  di Confucio. Invano cerca un Principe di
buona volont che capisca la portata dei suoi ammaestramenti, i
quali si prefiggono di rinnovare il mondo, risuscitando il
passato; i pi lo accolgono con freddezza e non sanno che farsene
di questo utopista errabondo, spinto, secondo loro, da un'ansia
risibile d'impiego, tale da farlo cadere malato se, trascorsi tre
mesi dalla carica toltagli, non ne trovi presto un'altra. Muore
nel 479 avanti Cristo a settantatr anni, stanco, deluso,
disperato. Le sue ultime parole furono:  La Fenice non arriva; il
fiume non gitta il disegno!  finita per me! . [...].
            Nessuna anima al mondo ha, come quella di Confucio,
espressa la pi intima parte della coscienza del suo popolo,
esprimendo la sua stessa coscienza. Se nella vita di Confucio non
si incontrano azioni strepitose e nemmeno l'ombra di quella
agitazione febbrile che determina gli atti dei nostri Eroi in
politica e in religione, tanto maggiore  il concetto che ci
dobbiamo fare del carattere elementare, della pacata vastit della
sua coscienza.
            Come Egli rievoca, nella sua muta intimit, l'et
dell'oro della vecchia Cina, cos sembra anche che ne comunichi la
visione ai discepoli, con parole di sogno. Egli spera nella
sensibilit del suo discepolo come un buon musico nell'accordatura
del suo strumento: Egli  uno dei pi alti predicatori di umanit
che la storia ci abbia trasmesso: sviluppare nell'uomo il senso e
il valore della sua umanit, ecco la sua dottrina: lo Stato
perfetto non  che la conseguenza logica di una umanit
perfezionata. Era Egli nel giusto? I secoli pare abbiano dato
ragione a Confucio: dopo la sua parola, la Cina non  stata pi
colpita da disastri paragonabili a quelli che la funestarono
durante gli ultimi anni dei Chou; s che si potrebbe dire del
Maestro come in fondo ai suoi Dialoghi  detto di Wu Wang:  Esso
ricondusse alla vita i Reami defunti; ridette la posterit alle
interrotte generazioni; trasse alla luce i ritirati in solitudine
e tutti i popoli dell'Impero si volsero a lui con l'anima! 

 (A. Castellani, Introduzione a I dialoghi di Confucio (Lun Y),
Sansoni, Firenze, 1924, pagine ventesimo-ventiseiesimo)

